da sinistra Elio Bartolini e Luciano Luisi mentre legge un passo del libro

da sinistra Elio Bartolini e Luciano Luisi mentre legge un passo del libro

Scrittore appartato e riservato, anche se ha lavorato a lungo nel cinema accanto a registi famosi, tra i quali Michelangelo Antonioni, Elio Bartolini ha raggiunto in questi ultimi anni la piena maturità espressiva; con Pontificale a San Marco, del 1978, e con questo romanzo, Il Palazzo di Taurine, suggestiva e originale rivisitazione narrativa del mondo e delle illusioni del ’68.
Ne sono protagoniste due ex-sessantottine, che ora si avviano verso i quarantanni, l’una in visita all’altra ricoverata in clinica per una crisi depressiva. Il tempo di allora, quando le due amiche erano convinte, come molti, “che stavolta il mondo lo avrebbero rovesciato sul serio”, gli appare “sprecato in speranza”. Con grande finezza, il narratore non attribuisce alle sue protagoniste né autocritica né elegiaca nostalgia, bensì il sentimento, impreciso ma certo, della inutilità e dell’usura. Il Palazzo di Taurine (“l’antica sede della Duna aristocratica e borghese da dove poi Lenin doveva proclamare le sue famose “tesi di aprile”, ci chiarisce l’autore) si è trasformato nella clinica romana di mezzo lusso ove si consumano nelle due donne, la coscienza di un fallimento così profondo che rende opaca anche la memoria della giovinezza.