a sinistra Remi Brague e Roberto Righetto

a sinistra Remi Brague e Roberto Righetto

A parere dello studioso, l’Europa deve ritrovare la sua origine che si trova nella sensibilità romana ripresa dal Cristianesimo. Questa sensibilità romano-cristiana è data dalla sua capacità di “secondarietà”. La cultura romana – e, sulla sua scia, quella cristiana – non mise se stessa davanti a tutti, ma riuscì a fare spazio ad Alessandria, a Gerusalemme e ad Atene. Brague sottolinea come il Nuovo Testamento venga dopo l’Antico Testamento, e i Romani dopo i Greci. E questa non è solo un’evidente constatazione temporale, ma è una riflessione che vuole far intendere come coloro che venivano dopo percepivano la propria dipendenza rispetto a ciò che li precedeva, e che costituiva un modello. I Romani così si sono riconosciuti culturalmente subordinari in rapporto ai Greci, e hanno compreso che il loro compito storico era anche di diffondere una cultura che non era la loro. La “secondarietà” dunque non è altro che la capacità di custodire, recepire e trasmettere, facendolo evolvere nell’incontro col nuovo, ciò che, pur essendo ricevuto e non prodotto direttamente, era considerato come primario: la sintesi ellenistica tra Atene e Gerusalemme. L’atteggiamento acutamente decsritto da Brague nato con la romanità avrebbe poi ricevuto nuovo e più profondo impulso dall’incontro con il Cristianesimo. Anch’esso capace di “secondarietà” culturale a livello di rapporto con l’Assoluto è la peculiarità della religione che ha segnato decisamente l’Europa, cioè del Cristianesimo. Esso infatti sa di essere “secondo” rispetto all’Antica Alleanza. In questo modo, la “secondarietà” religiosa impedisce a ogni cultura che si richiama al Cristianesimo, come l’Europa, di considerarsi essa stessa quale propria fonte.